Moriremo tutti arsi vivi?

 

6 luglio 2022

 

Mi ricordo bene che i media negli anni ’70, in merito agli incendi, facevano circolare una bella favoletta chiamata “autocombustione”; i boschi, con processi misteriosi, assai spesso avrebbero così preso fuoco senza interventi esterni. Poi vi fu qualcuno, privo di poesia e di fantasia, che fece notare come, eliminando gli eventi dovuti a imprudenza e soprattutto a dolo, del fenomeno non rimaneva nulla o quasi: l’autocombustione aveva cessato di esistere.

 

Da alcuni anni a questa parte l’argomento degli incendi è tornato prepotentemente di moda, grazie alle tante meraviglie della mitica crisi climatica; da banale combustione della vegetazione sono stati promossi a evento meteorologico estremo. È una cosa logica? In sostanza NO, ma è un fatto così bello che ormai tutti, esperti compresi, sono schierati su tale posizione. Quasi superfluo dire che la relativa comunicazione ha un taglio finalizzato a convincere le persone che vi sia un pericolo sempre più travolgente.

 

Nessuno si preoccupa più di cercare le cause di un incendio; sono le alte temperature e la siccità dovute al cambiamento climatico ad averlo scatenato. È logico pertanto ritenere che l’incidenza di questi eventi sia pericolosamente cresciuta, pari passo col riscaldamento del clima. Ci sono dati in proposito? Per fortuna Sì, come quelli che mi accingo a riportare.

 

 All’indirizzo (https://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/19231) potete scaricare il file del documento sottoindicato; considerate che non si tratta di un prodotto elaborato da una pericolosa setta di negazionisti, bensì di uno studio promosso dal Ministero delle politiche agricole-alimentari-forestali e del turismo.

 

 

A proposito dell’Europa meridionale (quella più esposta al problema in oggetto), a pagina 117 si dice: «fatta eccezione per il Portogallo, l’area bruciata è gradualmente diminuita in tutti i Paesi a partire dagli anni ’80 fino ad oggi». L’avverbio “gradualmente” è anche un po’ morbido, visti i numeri della tabella relativa alle superfici bruciate mediamente ogni anno; l’istogramma precisa poi l’andamento per il nostro territorio.

 

 

Italia

Francia

Grecia

Spagna

Portogallo

1980-1989

147.150

39.157

52.417

244.788

73.784

1990-1999

118.573

22.735

44.108

161.319

102.203

2000-2009

83.878

22.342

49.226

127.229

149.605

2010-2017

72.621

11.629

27.198

105.740

157.052

 

 

Tra il primo e l’ultimo dei periodi della tabella, si riscontrano queste riduzioni: Grecia 48%; Italia 51%; Spagna 57%; Francia 70%. È eccessivo parlare di un crollo delle aree incendiate?

 

Anche a riguardo degli incendi, la Commissione Europea ha iniziato da tempo un monitoraggio sistematico, al pari di altri eventi pericolosi; nell’anno 2000 è stato così creato un ente ad hoc: l’EFFIS (European Forest Fire Information System). I dati da esso raccolti sono stati via via pubblicati in Report annuali, molto ricchi di statistiche. Fino a quello del 2020, venivano fornite anche le serie storiche, con valori a partire dal 1980 (i dati di RafItalia sono tratti da tali report).

Il documento del 2021 è però diverso dai precedenti, sia perché sono riportate le misure rilevate da satellite, sia perché non vi appaiono più le serie storiche; il dataset è lo stesso utilizzato per il sito web di EFFIS, ove le statistiche (aree bruciate e n° di eventi) risalgono solo al 2008. Insomma, se non si recuperano le pubblicazioni precedenti, non si riesce oggi ad avere un quadro dell’evoluzione reale del fenomeno.

La successiva tabella mostra i dati per l’Italia (superfici bruciate in migliaia di ha) e permette il confronto fra le misure dirette sul territorio e quelle derivanti da analisi satellitari. L’istogramma è tratto dal Report europeo 2020; in giallo vi ho aggiunto il valore del 2021, stimato con correlazione lineare fra le due serie della tabella.

 

 

dati da satellite

misure dirette

2008

24,3

65,4

2009

54,8

72,6

2010

34,3

46,0

2011

37,0

71,1

2012

82,9

130,7

2013

15,8

28,7

2014

13,2

35,2

2015

7,8

40,9

2016

35,2

61,8

2017

140,2

162,4

2018

14,0

19,8

2019

36,9

36,0

2020

53,8

55,7

2021

150,6

(177,9)

 

Pensate all’impatto emotivo di un titolo come quello inizialmente mostrato; se il lettore fosse correttamente informato che “il record del 2017” è un dato inferiore ad altri sette del passato, avrebbe lo stesso effetto?

 

Sempre in tema di zone boscate, tutti ricorderanno la tempesta Vaia dell’ottobre 2018 che distrusse un grandissimo numero di alberi, soprattutto nelle Prealpi venete e nelle Dolomiti. Ovviamente fu l’occasione per lanciare allarmi sugl’incombenti pericoli per le foreste, in ragione dei cambiamenti climatici. Se si osservano le statistiche, la situazione, nel complesso, non pare però ancora disperata:

 

Concludo con un’esortazione già più volte rivolta ai tanti appassionati della catastrofe ambientale: «almeno qualche volta, provate a leggere dei numeri, invece che ripetere ossessivamente delle teorie prive di senso».